venerdì 21 marzo 2008

Nuovo Mondo



«Contestualmente alla sospensione a divinis prescritta dall’autorità ecclesiastica, pubblicai finalmente il primo volume di un commento al Vangelo di Matteo, che comprende tra l’altro una dettagliata interpretazione del discorso della montagna. “Se uno ti colpisce alla guancia destra, volgigli anche la sinistra. Se uno ti vuole togliere il mantello, regalagli pure la camicia. Beati gli indifesi. Beato chi promuove la pace. Sono loro i veri figli di Dio”. Ho dovuto compiere cinquant’anni prima di capire – nonostante tutte le interpretazioni fuorvianti proposte dalla Chiesa – che cosa l’uomo di Nazareth volesse dire veramente con le sue parole più preziose: finché gli uomini considereranno una cosa qualunque come loro “proprietà”, come un loro “diritto”, come il loro “patrimonio”, tutto il discorrere sulla giustizia, su diritti e doveri non creerà alcun legame tra gli uomini sulla Terra ma rischierà anzi di dividerli in nome di Dio. La pace ci sarà solo quando si guarderà il mondo non più dal punto di vista di quelli che sono qualcosa, hanno o sanno fare qualcosa, ma dalla prospettiva di chi non è niente, non ha niente e non può fare niente. Solo allora ci si accorgerà che gli uomini, tutti indistintamente, possono vivere solo dove ci sono perdono, bontà, comprensione, apertura e accettazione. Dio non è un principio di “emarginazione”, non è la giustificazione metafisica della presunzione umana, Lui è la ragione vivente della riconciliazione tra tutti gli uomini: fu questo il pensiero di Gesù, secondo tutto ciò che sappiamo di lui». 

Eugen Drewermann