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sabato 22 marzo 2008

Chantal




In comunione con Chantal. 

E con don Franco da cui ricevo e pubblico:


PASQUA = PROGRESSO = EUTANASIA


Il suicidio di Chantal Sébire, cui è stata negata l’eutanasia dalle istituzioni francesi, crolla come una valanga sulla chiesa di Wojtyla e di Ratzinger, che fanno della risurrezione del Cristo un principio reazionario, anziché progressista e riformista.

Il volto di Chantal, sfigurato dal tumore, rimarrà fra le icone lancinanti del nostro tempo, che s’apre faticosamente il varco verso il sano illuminismo della ragione e della fede.

 

Sac. Dr. Franco Ratti

Fondatore e Presidente del MO.CO.VA.

(Movimento Concilio Vaticano II)

www.mocova.org

Monopoli (Bari)

lunedì 17 marzo 2008

Realpolitik




Se è vero che le meditazioni della via crucis al Colosseo quest'anno sono state scritte da un vescovo cinese e che l'enciclica di prossima pubblicazione è stata già tradotta in cinese, Roma ha tutto l'interesse strategico a tacere sulla questione Cina-Tibet.

giovedì 13 marzo 2008

Moloch




La rivista online il dialogo in data 5 marzo 2008 ha pubblicato questo bell'articolo di Stefania Salamone che titola "La paura impedisce alla chiesa di crescere". Buona lettura.


«Può sembrare la classica scoperta dell’acqua calda, ma recentemente, parlando con un mio caro amico, è come se avessi realizzato nel profondo quanta parte del blocco verso la crescita sia determinato dalla paura. 

Se uno psicologo divino iniziasse un’analisi psicoanalitica della chiesa e dei suoi strani percorsi, concluderebbe certamente che la paura è il fattore scatenante, ma anche la conseguenza dello stato dei fatti. 

Un gatto che si morde la coda? Sembrerebbe di si. Esiste un modo per interrompere questa catena malefica? Probabilmente esiste, ma bisogna fare i conti con un avversario invisibile e tenace: la paura. 

I media ci informano di fatti gravi che accadono all’interno della chiesa e la maggior parte delle volte neanche ci stupiamo più. E’ come se ci fossimo assuefatti. Sembrano cose lontane che riguardano il pinco pallino in questione. Invece non è così, ci riguardano tutti. Altrimenti che chiesa saremmo? 

Se è vero, come è vero, che siamo stati salvati, liberati, perché ci costruiamo trappole che continuano ad ingabbiarci?

Moltissime persone che conosco stanno compiendo un percorso individuale, o a volte comunitario, di liberazione dal “giogo religioso” e, attraverso di esso, stanno acquisendo una nuova consapevolezza. Per quanto la strada sia difficile e spesso dolorosa, tutti, nessuno escluso, affermano che non tornerebbero indietro per nessuna ragione.

Allora perché quando si tratta poi di dare seguito al cambiamento interiore, ci sentiamo paralizzati?

Evidentemente non ci siamo affatto liberati, almeno non del tutto. Se la paura ancora la fa da padrone, c’è qualcosa che impedisce alla teoria di diventare azione concreta. Abbiamo ancora bisogno di maschere che ci proteggano dal giudizio altrui e che ci permettano di confonderci in mezzo alla folla. Ci sono persone che, a parole, sono al di fuori di ogni legge precostituita, ma, al momento di lottare per le proprie convinzioni, tornano a nascondersi.

Sembrerà strano ma capita molto spesso che preti, vescovi o alti prelati sul pulpito si esprimano in un certo modo e, in via confidenziale, magari davanti a un buon piatto di pasta, dicano l’esatto contrario. Ad esempio ho avuto modo di parlare con preti che si sentono costretti a negare pubblicamente l’Eucaristia al divorziato risposato, ma che poi, in forma privata, la concedono, pregando ovviamente il fedele di non diffondere la notizia. Risulta palese quindi che non sono d’accordo col principio secondo il quale debba essere negata, ma che, di fatto, non se la sentono di prendere una posizione ufficiale che sia in contrasto con la dottrina del magistero. 

Ma se, in coscienza, decidono di ammettere il divorziato risposato all’Eucaristia, perché non farlo pubblicamente? E’ questo il punto. Non sono disposti a perdere la faccia di fronte al vescovo, quindi la loro reputazione rimane inalterata, il fedele tutto sommato è soddisfatto e acquisisce una stima particolare verso la persona che gli fa questa speciale concessione, e siamo tutti contenti.

Quanti vescovi in sede sinodale o durante le riunioni delle Conferenze Episcopali Nazionali hanno convinzioni diverse dallo stesso voto che poi esprimono? Secondo il principio illustrato sopra, moltissimi. Ma non è conveniente esporsi.

Certo che non lo è. Non esiste una persona al mondo che abbia tratto giovamento (coscienza a parte) da una ferma opposizione alla cultura dominante.

Non siamo chiamati proprio a questo? Gesù ha sovvertito l’ordine della casta sacerdotale per liberarci dal giogo della legge, del tempio, del culto e ha perso la faccia davanti a tutti, per tutti. L’ha persa davanti al suo clan familiare, tanto da sentirsi dare del “pazzo”, davanti agli ecclesiastici, che avevano troppa paura di lui e l’hanno messo a morte, davanti al popolo, che lo ha disconosciuto. Niente poteva fermarlo e niente lo ha fermato.

Invece la nostra vita è costellata di battute d’arresto dovute alla paura dell’isolamento e della persecuzione. Ci sono esempi di persone, anche all’interno del clero, che operano a favore di una visione liberante del volto di Dio, ma, fintanto che resteranno casi isolati e sporadici, costituiranno la minoranza da combattere. Ci sono altre persone invece che sono disposte a scoprirsi fino ad un certo punto, ma mai fino in fondo.

Non so se sono più tanto d’accordo con la tesi che bisogna fare un passetto alla volta per arrivare all’obiettivo. Ciò che ci sembra sbagliato, va cambiato, con ogni mezzo pacifico a disposizione. 

Allora, se il parroco vuole cambiare le cose, anche a costo di diventare impopolare, deve farlo. Dando spiegazioni, si intende, condividendo il suo percorso interiore con la comunità, illustrando le ragioni che lo hanno portato alle convinzioni attuali. Certo, la cosa potrebbe arrivare al superiore e creare problemi, ma questo è il prezzo da pagare per annunciare la Paternità di Dio.

Coloro che hanno superato in concetto di inferno, di punizione divina, di giudizio universale, di peccato originale, e sono tantissimi, possono e devono lavorare insieme. 

Se tutti quelli che hanno già iniziato questo percorso agissero così, i risultati non tarderebbero ad arrivare. In fondo, cari signori, di solito quello che dice il prete è legge. Egli rappresenta sempre la parte autorevole e allora diamo un senso a questa autorevolezza, Vangelo alla mano, affinché non rimanga mera “autorità”. 

Questo mio scritto potrà sembrare uno sfogo fine a se stesso; vorrei invece che venisse accolto come un appello, un appello che rivolgo a tutti coloro che stanno camminando e che hanno paura, come me, di andare fino in fondo.

Se e quando riusciremo a comprendere che il raccolto, alla mietitura, sarà molto più abbondante di ogni più ottimistica aspettativa, potremo scacciare ogni timore e ringraziare Dio anche per il difficile tempo della semina».

© ildialogo.org

mercoledì 27 febbraio 2008

Militia




Incomprensibile la difesa ossessiva di tutto ciò che è legame di sangue e vita strettamente biologica. Incomprensibile e inaccettabile la negazione del fatto cristiano, che ogni essere umano ci è fratello e che per padre non abbiamo altri che Dio. 


Incomprensibile e inaccettabile il disprezzo, l'attiva indifferenza verso debolezza e semplicità, verso coloro che hanno poco, per provvidenza, contingenza o vocazione che sia. Cioè, in breve, verso chiunque sia diverso dall'homo Ratzinger o dall'homo Woityla, dalla mulier madre sennò suora: escludenti e mai includenti, ubbidienti senza discrimine e discernimento, ubbidienti fino all'oblio di Gesù Cristo qualora sia subdolamente, indirettamente ordinato (qualora sia "necessario"). Ciechi e sordi a qualsiasi soffio dello Spirito o grido di fratello.

martedì 26 febbraio 2008

Naturalizzazione



La definizione di ciò che è natura e di ciò che non lo è molto spesso è un prodotto della cultura. Il criterio dovrebbe esser non la natura ma la dignità dell'uomo. Morale non è ciò che è naturale ma ciò che ci umanizza, immorale ciò che attenta alla dignità nostra e dei fratelli.

sabato 23 febbraio 2008

Gotta




Le imponenti barriere de jure e de facto, la nevrosi del dogma. L'afoso, soffocante cemento, il freddo acciaio del magistero (un'impalcatura barocca che fa venire in mente i lunghi merletti che coprivano polsi e mani, a celar le tracce di gotta) che si sostituisce via via, pian piano, al legno verde, alla fresca rugiada del vangelo. L'eucaristia per pochi, gli ordini sacri per pochissimi, i muri di gomma, i continui sermoni ideologici tesi a inculcar l'odio anzitutto per noi stessi e poi per tutti agli altri perché nessuno sia in pace, nessuno viva Dio, nessuno abbia il nostro amore, nessuno sia esente da pesi.

venerdì 22 febbraio 2008

Nulla salus extra Deum




"Chi può dire — si chiedeva T. Merton negli anni della censura del suo lavoro — con certezza assoluta di ogni altro uomo che Cristo non viva in lui?" Il Concilio Vaticano II non aveva archiviato l'idea che l'appartenenza ad una specifica chiesa, quella cattolica romana, fosse la condizione decisiva per la salvezza? Non privilegiò la coscienza nelle cose dello spirito? Perché umiliare e non incoraggiare? Perché, in sintesi, solo un figlio del papa può dirsi cristiano? «Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio» (Romani 3.23). Nessuno ha il monopolio della verità. Faccio interamente mie le parole del monaco benedettino Barros: «Una Chiesa fedele al proprio mandato, non può chiedere per sé nient’altro che essere semplice testimone della Verità scritta eternamente nel nome di Gesù: "Solo Dio salva". Ogni religione, Chiesa, istituzione, gruppo o persona che pretendessero sottrarre a Dio la parola di salvezza per trasformarla in suo proprio monopolio, bestemmierebbe come l’antica Babele e si coprirebbe di ridicolo davanti a Dio. La fede è rivelata in parole umane e conserviamo questo tesoro nei vasi di creta delle nostre religioni».

Dio che unisce amando




Si può amare solo se ci guida un Principio e un Istinto interiore, che noi cristiani chiamiamo Spirito Santo, “senz’altra guida o luce fuor di quella che in cuor mi riluce” osava dire e così vivere san Giovanni della Croce. Lo scisma è davvero quello tra credenti e atei come afferma Benedetto XVI? Ma chi non sarebbe ateo senza il dono della fede? Si legga il versetto cento della decima sura del Corano: “Se Noi volessimo tutti gli uomini crederebbero in Allah, ma Egli non obbliga nessuno a essere credente”. La fede viva, tra me, nulla, e Tu, Tutto, Tu, Essere («il punto focale di ogni persona è Dio… il mio io è Dio, e io non conosco altro io che il mio Dio», queste le parole di santa Caterina da Siena) torna ad esser vittima del peggior sospetto (tabula rasa della e dalla mistica si era fatta almeno duecento anni fa, Molinos non pagò forse le “colpe” che meritava il santo dottore Giovanni della Croce? Li si confronti, Molinos talvolta si rifà espressamente al santo carmelitano), si coniamo con disprezzo termini nuovi, si parla di intimismo (promosso il tradizionale rosario, non promossa la tradizionale preghiera del cuore), e si sospetta sempre, la malafede regna, eppure quale fiducia ha Dio nella nostra libertà mossa e promossa da Lui, che è anzitutto Amore ed insieme e poi Logos: Dio è Amore (su tutto prevale la folgore, scriveva Eraclito), Gesù Cristo è il Logos dell’Amore, Dio umano, Amore “Logico”, schierato a favore degli uomini alle prese con la complessità del reale, Dio che unisce amando, e non separa mercé pensieri identitari.