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domenica 23 marzo 2008

Luce

Gv 20, 1-9




Nessuna narrazione della resurrezione è rintracciabile nei vangeli a motivo della fede impastata d'amore la quale soltanto può testimoniare il Ristorto. La resurrezione non è storia da apprendere e di cui far memoria. È realtà da esperire. Non è dottrina. È pratica.

sabato 22 marzo 2008

Chantal




In comunione con Chantal. 

E con don Franco da cui ricevo e pubblico:


PASQUA = PROGRESSO = EUTANASIA


Il suicidio di Chantal Sébire, cui è stata negata l’eutanasia dalle istituzioni francesi, crolla come una valanga sulla chiesa di Wojtyla e di Ratzinger, che fanno della risurrezione del Cristo un principio reazionario, anziché progressista e riformista.

Il volto di Chantal, sfigurato dal tumore, rimarrà fra le icone lancinanti del nostro tempo, che s’apre faticosamente il varco verso il sano illuminismo della ragione e della fede.

 

Sac. Dr. Franco Ratti

Fondatore e Presidente del MO.CO.VA.

(Movimento Concilio Vaticano II)

www.mocova.org

Monopoli (Bari)

venerdì 21 marzo 2008

Nuovo Mondo



«Contestualmente alla sospensione a divinis prescritta dall’autorità ecclesiastica, pubblicai finalmente il primo volume di un commento al Vangelo di Matteo, che comprende tra l’altro una dettagliata interpretazione del discorso della montagna. “Se uno ti colpisce alla guancia destra, volgigli anche la sinistra. Se uno ti vuole togliere il mantello, regalagli pure la camicia. Beati gli indifesi. Beato chi promuove la pace. Sono loro i veri figli di Dio”. Ho dovuto compiere cinquant’anni prima di capire – nonostante tutte le interpretazioni fuorvianti proposte dalla Chiesa – che cosa l’uomo di Nazareth volesse dire veramente con le sue parole più preziose: finché gli uomini considereranno una cosa qualunque come loro “proprietà”, come un loro “diritto”, come il loro “patrimonio”, tutto il discorrere sulla giustizia, su diritti e doveri non creerà alcun legame tra gli uomini sulla Terra ma rischierà anzi di dividerli in nome di Dio. La pace ci sarà solo quando si guarderà il mondo non più dal punto di vista di quelli che sono qualcosa, hanno o sanno fare qualcosa, ma dalla prospettiva di chi non è niente, non ha niente e non può fare niente. Solo allora ci si accorgerà che gli uomini, tutti indistintamente, possono vivere solo dove ci sono perdono, bontà, comprensione, apertura e accettazione. Dio non è un principio di “emarginazione”, non è la giustificazione metafisica della presunzione umana, Lui è la ragione vivente della riconciliazione tra tutti gli uomini: fu questo il pensiero di Gesù, secondo tutto ciò che sappiamo di lui». 

Eugen Drewermann

mercoledì 19 marzo 2008

Kénosis




«Dio attende come un mendicante che resta in piedi, immobile e silenzioso, davanti a qualcuno che forse gli darà un tozzo di pane. Il tempo è questa attesa... Gli altri, le montagne, il mare, tutto ciò che ci parla del tempo ci porta la supplica di Dio».

 

Simone Weil

martedì 18 marzo 2008

Quarantena




Stabilmente abitare, costringersi se necessario (cf. Mt 11, 12), nella cristica coscienza che è magica l'idea che un sacramento, un rito (o un qualsiasi altro gesto che si dica realmente accaduto se sia il tempio a confermarlo), possa ottenerci la benevolenza divina. Schernire a viso aperto i culti quaresimali, le varie tenebrose ottenebranti messe in Coena Domini . Quaresima come cristica quarantena dal tempio. Quarantena come tempo radicalmente cristiano. Quaresima del Cristo come effettiva quarantena del Cristo. Quaresima come tempo radicalmente cristiano, quarantena di tutta una vita. Qui perciò, stabilmente, abitare.

domenica 16 marzo 2008

Carisma

Mt 26, 14-27, 66




L'enfatica mondana accoglienza del Cristo in Gerusalemme che muta presto in gaio corale rifiuto richiama alla mente l'empatia dello spettatore per l'eroe buono, sempre disprezzato, sempre solo nella sua pena. Empatia solo cinematografica che non ha un seguito nella concretezza della vita. Ci si compiace dell'allegrezza del furbo, ci si fa beffe della bontà del buono. Ci sgomenta la malattia del malato, si biasima la povertà del povero. Il rifiuto del Dio debole e croficisso dilaga endemico. Malattia massificante e massificatrice che tradisce, magari con un bacio, la verità che si fa nel tempo, l'amatevi come io vi ho amato, verità che non nasconde illusoriamente la pena dell'uomo né quella di Dio.

giovedì 13 marzo 2008

Moloch




La rivista online il dialogo in data 5 marzo 2008 ha pubblicato questo bell'articolo di Stefania Salamone che titola "La paura impedisce alla chiesa di crescere". Buona lettura.


«Può sembrare la classica scoperta dell’acqua calda, ma recentemente, parlando con un mio caro amico, è come se avessi realizzato nel profondo quanta parte del blocco verso la crescita sia determinato dalla paura. 

Se uno psicologo divino iniziasse un’analisi psicoanalitica della chiesa e dei suoi strani percorsi, concluderebbe certamente che la paura è il fattore scatenante, ma anche la conseguenza dello stato dei fatti. 

Un gatto che si morde la coda? Sembrerebbe di si. Esiste un modo per interrompere questa catena malefica? Probabilmente esiste, ma bisogna fare i conti con un avversario invisibile e tenace: la paura. 

I media ci informano di fatti gravi che accadono all’interno della chiesa e la maggior parte delle volte neanche ci stupiamo più. E’ come se ci fossimo assuefatti. Sembrano cose lontane che riguardano il pinco pallino in questione. Invece non è così, ci riguardano tutti. Altrimenti che chiesa saremmo? 

Se è vero, come è vero, che siamo stati salvati, liberati, perché ci costruiamo trappole che continuano ad ingabbiarci?

Moltissime persone che conosco stanno compiendo un percorso individuale, o a volte comunitario, di liberazione dal “giogo religioso” e, attraverso di esso, stanno acquisendo una nuova consapevolezza. Per quanto la strada sia difficile e spesso dolorosa, tutti, nessuno escluso, affermano che non tornerebbero indietro per nessuna ragione.

Allora perché quando si tratta poi di dare seguito al cambiamento interiore, ci sentiamo paralizzati?

Evidentemente non ci siamo affatto liberati, almeno non del tutto. Se la paura ancora la fa da padrone, c’è qualcosa che impedisce alla teoria di diventare azione concreta. Abbiamo ancora bisogno di maschere che ci proteggano dal giudizio altrui e che ci permettano di confonderci in mezzo alla folla. Ci sono persone che, a parole, sono al di fuori di ogni legge precostituita, ma, al momento di lottare per le proprie convinzioni, tornano a nascondersi.

Sembrerà strano ma capita molto spesso che preti, vescovi o alti prelati sul pulpito si esprimano in un certo modo e, in via confidenziale, magari davanti a un buon piatto di pasta, dicano l’esatto contrario. Ad esempio ho avuto modo di parlare con preti che si sentono costretti a negare pubblicamente l’Eucaristia al divorziato risposato, ma che poi, in forma privata, la concedono, pregando ovviamente il fedele di non diffondere la notizia. Risulta palese quindi che non sono d’accordo col principio secondo il quale debba essere negata, ma che, di fatto, non se la sentono di prendere una posizione ufficiale che sia in contrasto con la dottrina del magistero. 

Ma se, in coscienza, decidono di ammettere il divorziato risposato all’Eucaristia, perché non farlo pubblicamente? E’ questo il punto. Non sono disposti a perdere la faccia di fronte al vescovo, quindi la loro reputazione rimane inalterata, il fedele tutto sommato è soddisfatto e acquisisce una stima particolare verso la persona che gli fa questa speciale concessione, e siamo tutti contenti.

Quanti vescovi in sede sinodale o durante le riunioni delle Conferenze Episcopali Nazionali hanno convinzioni diverse dallo stesso voto che poi esprimono? Secondo il principio illustrato sopra, moltissimi. Ma non è conveniente esporsi.

Certo che non lo è. Non esiste una persona al mondo che abbia tratto giovamento (coscienza a parte) da una ferma opposizione alla cultura dominante.

Non siamo chiamati proprio a questo? Gesù ha sovvertito l’ordine della casta sacerdotale per liberarci dal giogo della legge, del tempio, del culto e ha perso la faccia davanti a tutti, per tutti. L’ha persa davanti al suo clan familiare, tanto da sentirsi dare del “pazzo”, davanti agli ecclesiastici, che avevano troppa paura di lui e l’hanno messo a morte, davanti al popolo, che lo ha disconosciuto. Niente poteva fermarlo e niente lo ha fermato.

Invece la nostra vita è costellata di battute d’arresto dovute alla paura dell’isolamento e della persecuzione. Ci sono esempi di persone, anche all’interno del clero, che operano a favore di una visione liberante del volto di Dio, ma, fintanto che resteranno casi isolati e sporadici, costituiranno la minoranza da combattere. Ci sono altre persone invece che sono disposte a scoprirsi fino ad un certo punto, ma mai fino in fondo.

Non so se sono più tanto d’accordo con la tesi che bisogna fare un passetto alla volta per arrivare all’obiettivo. Ciò che ci sembra sbagliato, va cambiato, con ogni mezzo pacifico a disposizione. 

Allora, se il parroco vuole cambiare le cose, anche a costo di diventare impopolare, deve farlo. Dando spiegazioni, si intende, condividendo il suo percorso interiore con la comunità, illustrando le ragioni che lo hanno portato alle convinzioni attuali. Certo, la cosa potrebbe arrivare al superiore e creare problemi, ma questo è il prezzo da pagare per annunciare la Paternità di Dio.

Coloro che hanno superato in concetto di inferno, di punizione divina, di giudizio universale, di peccato originale, e sono tantissimi, possono e devono lavorare insieme. 

Se tutti quelli che hanno già iniziato questo percorso agissero così, i risultati non tarderebbero ad arrivare. In fondo, cari signori, di solito quello che dice il prete è legge. Egli rappresenta sempre la parte autorevole e allora diamo un senso a questa autorevolezza, Vangelo alla mano, affinché non rimanga mera “autorità”. 

Questo mio scritto potrà sembrare uno sfogo fine a se stesso; vorrei invece che venisse accolto come un appello, un appello che rivolgo a tutti coloro che stanno camminando e che hanno paura, come me, di andare fino in fondo.

Se e quando riusciremo a comprendere che il raccolto, alla mietitura, sarà molto più abbondante di ogni più ottimistica aspettativa, potremo scacciare ogni timore e ringraziare Dio anche per il difficile tempo della semina».

© ildialogo.org

domenica 9 marzo 2008

Hic et nunc

Gv 11, 1-45

In quel tempo, era malato un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella. Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, il tuo amico è malato»...





Gesù Cristo è vita che comunica vita (Gv 11, 25-26), egli è tutto ciò che si oppone a Erode, che da morto che è, non può che nutrirsi di carogne com'è la testa d'un morto (Mc 6, 21-28). Chi si fa scudo di tradizioni e leggi e convenienze per non andare a morire con Gesù (Gv 11, 16) inaridisce e muore. A chi invece ha vita e cioè amore, capacità-volontà di donazione, sarà data vita-amore in abbondanza (Mt 13, 12) e non in un momento ancora da venire ma già da ora (Gv 10, 10; 14, 23).  "Andiamo da lui!", dice Gesù: andiamo da un vivo, non da un morto. Nel vangelo apocrifo di Filippo si legge: «Chi dice: "prima si muore e poi si risorge", sbaglia». Una vita spezzata per gli altri, una vita che si fa eucaristia, una esistenza quindi in amicizia con Gesù come è quella di Lazzaro (Gv 11, 11) e Tommaso (Gv 11,16), è vita che non muore (Gv 11, 25-26). Il cristiano non resusciterà in un futuro lontano, egli è già resuscitato in Cristo (Col 3, 1).

venerdì 7 marzo 2008

No War: Ama il tuo nemico




Ama il Tuo Nemico. Fotogrammi tratti da Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini e The 1962 India China War

giovedì 6 marzo 2008

On War: Martin Luther King e il Vietnam (Imprimatur II)




Martin Luther King jr, audio estratto dal discorso per il clero e i laici circa la guerra in Vietnam in data 4 aprile 1967, New York City. 


Dirà ancora quello stesso giorno: "Siamo chiamati a operare come il buon samaritano sul ciglio della strada della vita, ma questo è soltanto il principio. Un giorno dovremo arrivare a comprendere che occorre trasformare l’intera strada per Gerico affinché gli uomini e le donne cessino di essere picchiati e rapinati mentre sono in viaggio sull’autostrada della vita. La vera compassione non si limita a gettare una moneta al mendicante, ma arriva a capire che, se produce mendicanti, un edificio ha bisogno di una ristrutturazione". 

lunedì 3 marzo 2008

Castità




La castità che è via per praticare l' "amatevi come io vi ho amato" (Gv 13, 34) e non il castrante, limitatissimo "ama il prossimo tuo come te stesso" (Lv 19,18), può conoscere nella nostra vita emotiva e psichica interfenze (esempio ne è l'erotismo sognato, sublimato di cui ogni essere umano fa esperienza), non conflitti. I quali si verrebbero a creare, offendendo gravemente il Regno di Dio che c'abita, qualora chiudessimo la porta all' "amatevi come io io vi ho amato" che s'esplica nella realtà sempre mutevole della vita in gesti concreti: l'offerta di sé in cui consiste una carezza, un bacio, un abbraccio — la samaritana resa di sé a Dio nell'altro, l'amore senza concupiscenza (Lc 10,25-37). L'affettività che ci sorride, l'affettività redenta o in via di redenzione è sorella della castità, è figlia dell'amore. Amore che è metànoia, sofferto felice transito dalla coscienza alla veglia. Amore che è risveglio alla precarieta' dell'altro, che è sempre indigente, sempre povero in quanto sempre bisognoso d'amore.

sabato 1 marzo 2008

Con i Tuoi occhi

Gv 9, 1-41

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?»...





"Se le porte della percezione — scriveva William Blake — fossero purificate tutto apparirebbe come è, infinito", eppure una fede della capacità d'un granello di senapa sana, abilita a vedere che finitezza, limite e debolezza — ciò che la croce frontalmente afferma — sono scelti, assunti da Dio. Il quale è attratto dal malato perché malato: bestemmia questa, per il fariseo d'ogni tempo che vede peccato, colpa laddove c'è dolore, ferita, che non può vedere-credere che Dio ami l'uomo così com'è.

venerdì 29 febbraio 2008

Imprimatur




Scritta da Thomas Merton in piena guerra fredda, destinata alla pubblicazione nel 1962, La pace nell'era postcristiana fu bandita da dom Gabriel Sortais, abate generale dell’ordine cistercense, e, a ben vedere, la censura si estendeva ben oltre il manoscritto. Toccava, secondo lo stesso Merton, il cuore di qualcosa che si può definire identità (e missione) della chiesa. Le sue prese di posizione sulla pace, anzi il semplice fatto che parlasse di pace, era bollato come "inopportuno", sovversivo, lontanissimo da ciò che ha da essere un monaco. Scrive a un amico che la sua difesa della pace era vista dall’abate come «un’odiosa distrazione, che distoglie la mente dal bambino Gesù nella mangiatoia. Strano a dirsi, nessuno sembra preoccupato dal fatto che la mangiatoia si trovi direttamente sotto la bomba».


La decisione rifletteva - si legge nell'epistolario - «una sbalorditiva incomprensione della gravità dell’attuale crisi dal lato religioso. Riflette un’insensibilità verso i valori cristiani ed ecclesiastici e verso il vero significato della vocazione monastica. La ragione addotta è che questo non è il tipo di lavoro adatto a un monaco e che ‘falsifica il messaggio monastico’. Pensa un po’: il pensiero che un monaco possa essere abbastanza preoccupato dalla questione della guerra nucleare da esprimere una protesta contro la corsa agli armamenti dovrebbe gettare la vita monastica nel discredito. Caspita, io penserei che potrebbe forse salvare un ultimo briciolo di reputazione per una istituzione che molti considerano morta in piedi… Questo è veramente l’aspetto più assurdo dell’intera questione, che queste persone insistono a scavarsi la fossa e a ergervi sopra la più monumentale pietra tombale».


Per Merton volgersi verso il mondo e prendere una posizione decisa contro la guerra è assolutamente necessario. Ne va del Vangelo. Trattasi quindi di dovere autenticamente monastico.


«La vitalità della chiesa dipende proprio dal rinnovamento spirituale ininterrotto, continuo e profondo. Ovviamente questo rinnovamento deve esprimersi nel contesto storico e richiederà una vera comprensione spirituale delle crisi storiche, una valutazione per quanto riguarda sia il loro significato intimo, sia la crescita umana e la promozione della verità nel mondo dell’uomo: in altre parole, l’istituzione del ‘regno di Dio’. Si suppone che il monaco sia in sintonia con la dimensione spirituale intima delle cose. Se egli non sente e non dice nulla, il rinnovamento interiore sarà complessivamente in pericolo e può essere reso completamente sterile.

Queste menti autoritarie credono tuttavia che la funzione del monaco non sia quella di vedere o sentire nessuna nuova dimensione, ma semplicemente quella di sostenere punti di vista già esistenti, proprio nella misura in cui e perché essi sono definiti per lui da qualcun altro. Anziché essere all’avanguardia, egli è dietro, con le vettovaglie, a confermare tutto ciò che è stato fatto dai funzionari, Il ruolo del monaco nel rinnovamento del contesto storico diventa allora semplicemente quello di confermare il proprio totale sostegno alla burocrazia. Egli non ha allora altra funzione, tranne forse quella di pregare per quello per cui gli è stato detto di pregare: cioè, gli scopi e gli obiettivi di una burocrazia ecclesiastica. Il monastero come concetto di ‘dinamo’ risale a questo. Il monaco esiste per generare un potere spirituale che giustificherà, di volta in volta, la già stabilita giustezza dei funzionari sopra di lui. Egli non deve assumere in nessun caso e in nessuna circostanza un ruolo che implichi qualche forma di spontaneità e originalità. Deve essere un occhio che non vede nulla, tranne ciò che è attentamente scelto che egli veda. Un orecchio che non sente nulla, tranne ciò che è vantaggioso per I dirigenti che egli senta. Sappiamo ciò che Cristo disse a proposito di simili orecchi e di simili occhi». (dall’epistolario)


Una buona parte degli amici non monaci di fra Louis, quelli di cui si fidava e a cui queste lettere erano indirizzate, non comprendevano come riuscisse a conciliare fedeltà ai propri superiori e fedeltà alla voce dello Spirito.


«Non ho nessun obbligo di formare il mio pensiero e la mia coscienza secondo le rigide direttive di dom Gabriel. Accetterò certamente e obbedirò alla sua decisione, ma mi riservo il diritto di dissentire da lui». (dai diari)


«Non posso lasciare questo luogo per protesta, perché il senso di ogni protesta dipende dal mio restare qui». (dai diari)


Il manoscritto non rimase chiuso in un cassetto, Merton lo fece circolare privatamente utilizzando ogni mezzo consentito per mandare copie del suo lavoro ad amici e a possibili sostenitori (una copia fu inviata a Ethel Kennedy, cognata del presidente).


«Il materiale ciclostilato può essere fatto circolare senza censura. Questa è la pratica comune …. Per quanto riguarda la circolazione privata, questo non è affare del censore …. La circolazione di un paio di centinaia di copie ciclostilate non costituisce pubblicazione». (dall’epistolario)


Ufficialmente, per quanto riguarda la chiesa, il libro semplicemente non esisteva.

mercoledì 27 febbraio 2008

Via dalla Jemeinigkeit




"Incontro con Gesù Cristo. Esperienza del fatto che qui è dato un rovesciamento completo dell'essere uomo per il fatto che Gesù, soltanto «esiste-per-gli-altri». L'«esserci-per-gli-altri» di Gesù è l'esperienza della trascendenza! (...). Fede è il partecipare a questo essere di Gesù".


"Il nostro rapporto con Dio non è un rapporto «religioso» con un essere, il più alto, il più potente, il migliore che si possa pensare — questa non è autentica trascendenza — bensì è una nuova vita dell'«esserci-per-gli-altri», nel partecipare all'essere di Gesù".


Dietrich Bonhoeffer

Militia




Incomprensibile la difesa ossessiva di tutto ciò che è legame di sangue e vita strettamente biologica. Incomprensibile e inaccettabile la negazione del fatto cristiano, che ogni essere umano ci è fratello e che per padre non abbiamo altri che Dio. 


Incomprensibile e inaccettabile il disprezzo, l'attiva indifferenza verso debolezza e semplicità, verso coloro che hanno poco, per provvidenza, contingenza o vocazione che sia. Cioè, in breve, verso chiunque sia diverso dall'homo Ratzinger o dall'homo Woityla, dalla mulier madre sennò suora: escludenti e mai includenti, ubbidienti senza discrimine e discernimento, ubbidienti fino all'oblio di Gesù Cristo qualora sia subdolamente, indirettamente ordinato (qualora sia "necessario"). Ciechi e sordi a qualsiasi soffio dello Spirito o grido di fratello.

sabato 23 febbraio 2008

Abbà

Giovanni 4, 5-42


Giunse pertanto a una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua...





Alla samaritana che chiede se il vero culto abbia il suo centro a Gerusalemme o sul monte Garizim Gesù risponde che "è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre". Il dio preservato nelle proposizioni del Concilio di Trento non è l'Abbà di Gesù. Solo il cuore e quindi l'intenzione pura o gratuità è gradita a Dio e non sacrifici e penitenze. Gesù ci vuole liberi dalla Legge, ci chiama all'Amore, "il Padre cerca tali adoratori", figli amici amanti e non mercenari. Amore da accogliere e non da meritare attraverso l'osservanza di precetti. "Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità". Collaborare alla cura dei fratelli è vero spirito di preghiera, amare con Dio l'altro uomo, amare come Dio ama. E Dio non va adulato ma amato.

venerdì 22 febbraio 2008

Dio che unisce amando




Si può amare solo se ci guida un Principio e un Istinto interiore, che noi cristiani chiamiamo Spirito Santo, “senz’altra guida o luce fuor di quella che in cuor mi riluce” osava dire e così vivere san Giovanni della Croce. Lo scisma è davvero quello tra credenti e atei come afferma Benedetto XVI? Ma chi non sarebbe ateo senza il dono della fede? Si legga il versetto cento della decima sura del Corano: “Se Noi volessimo tutti gli uomini crederebbero in Allah, ma Egli non obbliga nessuno a essere credente”. La fede viva, tra me, nulla, e Tu, Tutto, Tu, Essere («il punto focale di ogni persona è Dio… il mio io è Dio, e io non conosco altro io che il mio Dio», queste le parole di santa Caterina da Siena) torna ad esser vittima del peggior sospetto (tabula rasa della e dalla mistica si era fatta almeno duecento anni fa, Molinos non pagò forse le “colpe” che meritava il santo dottore Giovanni della Croce? Li si confronti, Molinos talvolta si rifà espressamente al santo carmelitano), si coniamo con disprezzo termini nuovi, si parla di intimismo (promosso il tradizionale rosario, non promossa la tradizionale preghiera del cuore), e si sospetta sempre, la malafede regna, eppure quale fiducia ha Dio nella nostra libertà mossa e promossa da Lui, che è anzitutto Amore ed insieme e poi Logos: Dio è Amore (su tutto prevale la folgore, scriveva Eraclito), Gesù Cristo è il Logos dell’Amore, Dio umano, Amore “Logico”, schierato a favore degli uomini alle prese con la complessità del reale, Dio che unisce amando, e non separa mercé pensieri identitari.