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giovedì 13 marzo 2008

Moloch




La rivista online il dialogo in data 5 marzo 2008 ha pubblicato questo bell'articolo di Stefania Salamone che titola "La paura impedisce alla chiesa di crescere". Buona lettura.


«Può sembrare la classica scoperta dell’acqua calda, ma recentemente, parlando con un mio caro amico, è come se avessi realizzato nel profondo quanta parte del blocco verso la crescita sia determinato dalla paura. 

Se uno psicologo divino iniziasse un’analisi psicoanalitica della chiesa e dei suoi strani percorsi, concluderebbe certamente che la paura è il fattore scatenante, ma anche la conseguenza dello stato dei fatti. 

Un gatto che si morde la coda? Sembrerebbe di si. Esiste un modo per interrompere questa catena malefica? Probabilmente esiste, ma bisogna fare i conti con un avversario invisibile e tenace: la paura. 

I media ci informano di fatti gravi che accadono all’interno della chiesa e la maggior parte delle volte neanche ci stupiamo più. E’ come se ci fossimo assuefatti. Sembrano cose lontane che riguardano il pinco pallino in questione. Invece non è così, ci riguardano tutti. Altrimenti che chiesa saremmo? 

Se è vero, come è vero, che siamo stati salvati, liberati, perché ci costruiamo trappole che continuano ad ingabbiarci?

Moltissime persone che conosco stanno compiendo un percorso individuale, o a volte comunitario, di liberazione dal “giogo religioso” e, attraverso di esso, stanno acquisendo una nuova consapevolezza. Per quanto la strada sia difficile e spesso dolorosa, tutti, nessuno escluso, affermano che non tornerebbero indietro per nessuna ragione.

Allora perché quando si tratta poi di dare seguito al cambiamento interiore, ci sentiamo paralizzati?

Evidentemente non ci siamo affatto liberati, almeno non del tutto. Se la paura ancora la fa da padrone, c’è qualcosa che impedisce alla teoria di diventare azione concreta. Abbiamo ancora bisogno di maschere che ci proteggano dal giudizio altrui e che ci permettano di confonderci in mezzo alla folla. Ci sono persone che, a parole, sono al di fuori di ogni legge precostituita, ma, al momento di lottare per le proprie convinzioni, tornano a nascondersi.

Sembrerà strano ma capita molto spesso che preti, vescovi o alti prelati sul pulpito si esprimano in un certo modo e, in via confidenziale, magari davanti a un buon piatto di pasta, dicano l’esatto contrario. Ad esempio ho avuto modo di parlare con preti che si sentono costretti a negare pubblicamente l’Eucaristia al divorziato risposato, ma che poi, in forma privata, la concedono, pregando ovviamente il fedele di non diffondere la notizia. Risulta palese quindi che non sono d’accordo col principio secondo il quale debba essere negata, ma che, di fatto, non se la sentono di prendere una posizione ufficiale che sia in contrasto con la dottrina del magistero. 

Ma se, in coscienza, decidono di ammettere il divorziato risposato all’Eucaristia, perché non farlo pubblicamente? E’ questo il punto. Non sono disposti a perdere la faccia di fronte al vescovo, quindi la loro reputazione rimane inalterata, il fedele tutto sommato è soddisfatto e acquisisce una stima particolare verso la persona che gli fa questa speciale concessione, e siamo tutti contenti.

Quanti vescovi in sede sinodale o durante le riunioni delle Conferenze Episcopali Nazionali hanno convinzioni diverse dallo stesso voto che poi esprimono? Secondo il principio illustrato sopra, moltissimi. Ma non è conveniente esporsi.

Certo che non lo è. Non esiste una persona al mondo che abbia tratto giovamento (coscienza a parte) da una ferma opposizione alla cultura dominante.

Non siamo chiamati proprio a questo? Gesù ha sovvertito l’ordine della casta sacerdotale per liberarci dal giogo della legge, del tempio, del culto e ha perso la faccia davanti a tutti, per tutti. L’ha persa davanti al suo clan familiare, tanto da sentirsi dare del “pazzo”, davanti agli ecclesiastici, che avevano troppa paura di lui e l’hanno messo a morte, davanti al popolo, che lo ha disconosciuto. Niente poteva fermarlo e niente lo ha fermato.

Invece la nostra vita è costellata di battute d’arresto dovute alla paura dell’isolamento e della persecuzione. Ci sono esempi di persone, anche all’interno del clero, che operano a favore di una visione liberante del volto di Dio, ma, fintanto che resteranno casi isolati e sporadici, costituiranno la minoranza da combattere. Ci sono altre persone invece che sono disposte a scoprirsi fino ad un certo punto, ma mai fino in fondo.

Non so se sono più tanto d’accordo con la tesi che bisogna fare un passetto alla volta per arrivare all’obiettivo. Ciò che ci sembra sbagliato, va cambiato, con ogni mezzo pacifico a disposizione. 

Allora, se il parroco vuole cambiare le cose, anche a costo di diventare impopolare, deve farlo. Dando spiegazioni, si intende, condividendo il suo percorso interiore con la comunità, illustrando le ragioni che lo hanno portato alle convinzioni attuali. Certo, la cosa potrebbe arrivare al superiore e creare problemi, ma questo è il prezzo da pagare per annunciare la Paternità di Dio.

Coloro che hanno superato in concetto di inferno, di punizione divina, di giudizio universale, di peccato originale, e sono tantissimi, possono e devono lavorare insieme. 

Se tutti quelli che hanno già iniziato questo percorso agissero così, i risultati non tarderebbero ad arrivare. In fondo, cari signori, di solito quello che dice il prete è legge. Egli rappresenta sempre la parte autorevole e allora diamo un senso a questa autorevolezza, Vangelo alla mano, affinché non rimanga mera “autorità”. 

Questo mio scritto potrà sembrare uno sfogo fine a se stesso; vorrei invece che venisse accolto come un appello, un appello che rivolgo a tutti coloro che stanno camminando e che hanno paura, come me, di andare fino in fondo.

Se e quando riusciremo a comprendere che il raccolto, alla mietitura, sarà molto più abbondante di ogni più ottimistica aspettativa, potremo scacciare ogni timore e ringraziare Dio anche per il difficile tempo della semina».

© ildialogo.org

mercoledì 5 marzo 2008

Temperanza



Il giurista Gustavo Zagrebelsky sulle pagine de la Repubblica, in data 22 febbraio 2008, lucidamente scrive: "Prendiamo la discussione odierna circa la sorte degli “immaturi”, i nati diverse settimane prima del tempo, portatori di deficienze nello sviluppo di organi e funzioni destinate a pesare più o meno pesantemente sull’esistenza futura, sempre che ci sia. C’è un qualunque legislatore che possa ragionevolmente imporre una regola assoluta circa il che fare? Per esempio, la rianimazione sempre e a ogni costo, senza considerare nient’altro? Solo la cieca assunzione della vita come valore assoluto, della vita come mera materia vivente, potrebbe giustificarla. Ma sarebbe, in molti casi, un arbitrio. Ogni caso è diverso dall’altro e i rigidi automatismi legali, quando si tratta di principi da far valere in situazioni morali di conflitto, si trasformano in sopraffazione".

lunedì 3 marzo 2008

Castità




La castità che è via per praticare l' "amatevi come io vi ho amato" (Gv 13, 34) e non il castrante, limitatissimo "ama il prossimo tuo come te stesso" (Lv 19,18), può conoscere nella nostra vita emotiva e psichica interfenze (esempio ne è l'erotismo sognato, sublimato di cui ogni essere umano fa esperienza), non conflitti. I quali si verrebbero a creare, offendendo gravemente il Regno di Dio che c'abita, qualora chiudessimo la porta all' "amatevi come io io vi ho amato" che s'esplica nella realtà sempre mutevole della vita in gesti concreti: l'offerta di sé in cui consiste una carezza, un bacio, un abbraccio — la samaritana resa di sé a Dio nell'altro, l'amore senza concupiscenza (Lc 10,25-37). L'affettività che ci sorride, l'affettività redenta o in via di redenzione è sorella della castità, è figlia dell'amore. Amore che è metànoia, sofferto felice transito dalla coscienza alla veglia. Amore che è risveglio alla precarieta' dell'altro, che è sempre indigente, sempre povero in quanto sempre bisognoso d'amore.

domenica 2 marzo 2008

Comfort




Non potendo ottenere che tutti accettino i suoi dogmi, Roma si concentra sulla reconquista di un'egemonia politico-culturale che da tempo ha perduto. Insiste così sui principi morali, considerati espressione di una legge naturale fondata sulla ragione e perciò valida per tutti, credenti e non credenti. E tuttavia Lui ha detto: "perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?" (Luca 12,57). Non cedere alla tentazione del conformismo, rispettare la propria coscienza è sempre traccia del Bene che è Dio.

venerdì 29 febbraio 2008

Imprimatur




Scritta da Thomas Merton in piena guerra fredda, destinata alla pubblicazione nel 1962, La pace nell'era postcristiana fu bandita da dom Gabriel Sortais, abate generale dell’ordine cistercense, e, a ben vedere, la censura si estendeva ben oltre il manoscritto. Toccava, secondo lo stesso Merton, il cuore di qualcosa che si può definire identità (e missione) della chiesa. Le sue prese di posizione sulla pace, anzi il semplice fatto che parlasse di pace, era bollato come "inopportuno", sovversivo, lontanissimo da ciò che ha da essere un monaco. Scrive a un amico che la sua difesa della pace era vista dall’abate come «un’odiosa distrazione, che distoglie la mente dal bambino Gesù nella mangiatoia. Strano a dirsi, nessuno sembra preoccupato dal fatto che la mangiatoia si trovi direttamente sotto la bomba».


La decisione rifletteva - si legge nell'epistolario - «una sbalorditiva incomprensione della gravità dell’attuale crisi dal lato religioso. Riflette un’insensibilità verso i valori cristiani ed ecclesiastici e verso il vero significato della vocazione monastica. La ragione addotta è che questo non è il tipo di lavoro adatto a un monaco e che ‘falsifica il messaggio monastico’. Pensa un po’: il pensiero che un monaco possa essere abbastanza preoccupato dalla questione della guerra nucleare da esprimere una protesta contro la corsa agli armamenti dovrebbe gettare la vita monastica nel discredito. Caspita, io penserei che potrebbe forse salvare un ultimo briciolo di reputazione per una istituzione che molti considerano morta in piedi… Questo è veramente l’aspetto più assurdo dell’intera questione, che queste persone insistono a scavarsi la fossa e a ergervi sopra la più monumentale pietra tombale».


Per Merton volgersi verso il mondo e prendere una posizione decisa contro la guerra è assolutamente necessario. Ne va del Vangelo. Trattasi quindi di dovere autenticamente monastico.


«La vitalità della chiesa dipende proprio dal rinnovamento spirituale ininterrotto, continuo e profondo. Ovviamente questo rinnovamento deve esprimersi nel contesto storico e richiederà una vera comprensione spirituale delle crisi storiche, una valutazione per quanto riguarda sia il loro significato intimo, sia la crescita umana e la promozione della verità nel mondo dell’uomo: in altre parole, l’istituzione del ‘regno di Dio’. Si suppone che il monaco sia in sintonia con la dimensione spirituale intima delle cose. Se egli non sente e non dice nulla, il rinnovamento interiore sarà complessivamente in pericolo e può essere reso completamente sterile.

Queste menti autoritarie credono tuttavia che la funzione del monaco non sia quella di vedere o sentire nessuna nuova dimensione, ma semplicemente quella di sostenere punti di vista già esistenti, proprio nella misura in cui e perché essi sono definiti per lui da qualcun altro. Anziché essere all’avanguardia, egli è dietro, con le vettovaglie, a confermare tutto ciò che è stato fatto dai funzionari, Il ruolo del monaco nel rinnovamento del contesto storico diventa allora semplicemente quello di confermare il proprio totale sostegno alla burocrazia. Egli non ha allora altra funzione, tranne forse quella di pregare per quello per cui gli è stato detto di pregare: cioè, gli scopi e gli obiettivi di una burocrazia ecclesiastica. Il monastero come concetto di ‘dinamo’ risale a questo. Il monaco esiste per generare un potere spirituale che giustificherà, di volta in volta, la già stabilita giustezza dei funzionari sopra di lui. Egli non deve assumere in nessun caso e in nessuna circostanza un ruolo che implichi qualche forma di spontaneità e originalità. Deve essere un occhio che non vede nulla, tranne ciò che è attentamente scelto che egli veda. Un orecchio che non sente nulla, tranne ciò che è vantaggioso per I dirigenti che egli senta. Sappiamo ciò che Cristo disse a proposito di simili orecchi e di simili occhi». (dall’epistolario)


Una buona parte degli amici non monaci di fra Louis, quelli di cui si fidava e a cui queste lettere erano indirizzate, non comprendevano come riuscisse a conciliare fedeltà ai propri superiori e fedeltà alla voce dello Spirito.


«Non ho nessun obbligo di formare il mio pensiero e la mia coscienza secondo le rigide direttive di dom Gabriel. Accetterò certamente e obbedirò alla sua decisione, ma mi riservo il diritto di dissentire da lui». (dai diari)


«Non posso lasciare questo luogo per protesta, perché il senso di ogni protesta dipende dal mio restare qui». (dai diari)


Il manoscritto non rimase chiuso in un cassetto, Merton lo fece circolare privatamente utilizzando ogni mezzo consentito per mandare copie del suo lavoro ad amici e a possibili sostenitori (una copia fu inviata a Ethel Kennedy, cognata del presidente).


«Il materiale ciclostilato può essere fatto circolare senza censura. Questa è la pratica comune …. Per quanto riguarda la circolazione privata, questo non è affare del censore …. La circolazione di un paio di centinaia di copie ciclostilate non costituisce pubblicazione». (dall’epistolario)


Ufficialmente, per quanto riguarda la chiesa, il libro semplicemente non esisteva.

venerdì 22 febbraio 2008

Nulla salus extra Deum




"Chi può dire — si chiedeva T. Merton negli anni della censura del suo lavoro — con certezza assoluta di ogni altro uomo che Cristo non viva in lui?" Il Concilio Vaticano II non aveva archiviato l'idea che l'appartenenza ad una specifica chiesa, quella cattolica romana, fosse la condizione decisiva per la salvezza? Non privilegiò la coscienza nelle cose dello spirito? Perché umiliare e non incoraggiare? Perché, in sintesi, solo un figlio del papa può dirsi cristiano? «Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio» (Romani 3.23). Nessuno ha il monopolio della verità. Faccio interamente mie le parole del monaco benedettino Barros: «Una Chiesa fedele al proprio mandato, non può chiedere per sé nient’altro che essere semplice testimone della Verità scritta eternamente nel nome di Gesù: "Solo Dio salva". Ogni religione, Chiesa, istituzione, gruppo o persona che pretendessero sottrarre a Dio la parola di salvezza per trasformarla in suo proprio monopolio, bestemmierebbe come l’antica Babele e si coprirebbe di ridicolo davanti a Dio. La fede è rivelata in parole umane e conserviamo questo tesoro nei vasi di creta delle nostre religioni».